PAESTUM WINE FEST
La visione strategica di Erika Mantovan, tra turismo, vino e territori
di Valentina Taccone e Lucia I. Migliaccio
Turismo enogastronomico come leva di sviluppo? la differenza la fanno strategia, visione e capacità di leggere i territori oltre la superficie. Erika Mantovan lo sa bene e offre uno sguardo lucido e concreto su come valorizzare, per davvero, un sistema locale. Dalla cooperazione tra operatori alla costruzione di modelli sostenibili nel tempo, fino alle nuove sfide della comunicazione e dell’esperienza del vino e ce lo spiega nella sua intervista.
Quanto conta oggi una corretta gestione e valorizzazione del turismo per rendere un territorio competitivo e sostenibile nel lungo periodo, soprattutto in ambito enogastronomico?
“Moltissimo. Insieme alla salvaguardia del paesaggio e dei suoi punti di interesse, rappresenta uno dei principali elementi che determinano il successo di un territorio, ancora prima di una corretta analisi della capacità di carico, soprattutto quando si intraprendono decisioni progettuali che implicano attività promozionali orientate a una ricaduta economica diffusa, a beneficio del maggior numero possibile di operatori: dalle cantine ai ristoranti, dagli hotel ai servizi culturali e leisure. Il “lungo periodo” è poi un asse temporale che va interpretato e contestualizzato in ogni realtà: non è detto che un protocollo di attività produca gli stessi benefici ovunque, né che il suo impatto sia identico su un orizzonte temporale prefissato, ad esempio una decade.”
In che modo la sua formazione economica e l’esperienza nelle istituzioni hanno influenzato il suo approccio al racconto del vino, della gastronomia italiana e dei distretti territoriali?
“Il mio percorso di studi in Economia aziendale e, successivamente, la laurea magistrale in Economia e Gestione e Valorizzazione del Turismo, uniti alle esperienze presso l’Assessorato al Turismo e alla messa a terra del progetto Piemonte Tribe di Alberto Cirio, oltre al lavoro svolto in Regione Piemonte presso il Consiglio Regionale, rappresentano strumenti di lettura che mi consentono di interpretare — o meglio, di fotografare — il livello di sviluppo di un territorio e di comprendere quanto, parlando di vino, esso possa agire come buono o ottimo moltiplicatore di reddito.”
Come valuta lo stato dei media di settore wine ed enogastronomia in Italia e in che direzione devono orientarsi?
“Viviamo in un mondo drogato dall’infodemia, alimentato da un’abbondanza di fonti e dalla loro amplificazione tramite i social media. La perdita di tempo nel cosiddetto scrolling può portare a una paradossale sensazione di dipendenza, con un apparente beneficio per il nostro cervello.
Penso spesso al lavoro di un giornalista che ha vissuto un’esperienza in un territorio, condotto una ricerca, realizzato una verticale esclusiva, viaggiato e investito molto tempo, per poi vedere il proprio lavoro ridotto a un post o a una story, dove il tasso di conversione alla lettura completa è sempre più ridotto, perché ci si ferma alla lettura dei titoli e al copy.
Si è persa la voglia di approfondimento? No. Esiste ancora una base solida di lettori che cercano contenuti unici e autorevoli. Il problema è che questi contenuti sono spesso frammentati, distribuiti su testate diverse. Qui emerge una prima criticità: la selezione delle fonti e il tempo speso su un sito piuttosto che su un altro.
Un’organizzazione dei contenuti in speciali dedicati a un singolo tema o territorio resta la forma più efficace: la verticalizzazione colpisce un target specifico, ma può anche ampliarne il bacino.
Un altro punto cruciale è la diversificazione: troppo spesso le riviste riportano, con stili diversi, le stesse degustazioni o le stesse novità aziendali, intercettando sempre il medesimo pubblico. È necessario attrarre il lettore anche attraverso altre chiavi narrative.
Se dovessi gestire un sito di divulgazione, introdurrei una profilazione dell’utente: una volta effettuato l’accesso, dovrebbe poter selezionare i contenuti di suo interesse, grazie a un motore di ricerca che consenta di leggere tutto ciò che desidera in un’unica schermata. Ovviamente alcune notizie resterebbero fisse — attualità e ultime news — ma velocità e libertà di scelta immediata sono, a mio avviso, la direzione da seguire, come già avviene nell’e-commerce o nelle piattaforme di intrattenimento.”
Quali modelli di enoturismo regionali italiani ritiene oggi più virtuosi e perché possono essere presi come esempio da altri territori?
“Indubbiamente Toscana, Alto Adige e Piemonte. Tutti e tre mostrano una forte capacità imprenditoriale da parte delle cantine e del tessuto dell’ospitalità, che richiede inevitabilmente staff all’altezza dei progetti, soprattutto quando si parla di target luxury, oltre a una reale cooperazione tra gli attori coinvolti.
Un territorio di successo si riconosce dal supporto reciproco tra strutture, associazioni e persone: è questo il vero capitale su cui investire.”
Guardando all’estero, quali Paesi o aree rappresentano un benchmark efficace per l’enoturismo e la valorizzazione integrata del territorio?
“La Spagna e il Sud Africa stanno sviluppando modelli interessanti, ma senza ombra di dubbio la Napa Valley rappresenta il benchmark principale: servizi di altissimo livello, comunicazione efficace, logistica e experience design incentrati sul consumatore — non sul produttore — le consentono oggi la migliore monetizzazione del viaggio.”
Quanto è fondamentale oggi mettere in connessione vino e gastronomia? E i consorzi italiani danno un contributo adeguato alla crescita territoriale?
“La connessione tra vino e gastronomia è intrinseca alla cultura italiana: non possiamo prescinderne. I cosiddetti abbinamenti territoriali convivono oggi con nuove forme di pairing emerse negli ultimi anni — tè, cocktail, kombucha o vini prodotti al di fuori della penisola.
I consumatori neofiti e curiosi si affidano all’oste; quelli con una conoscenza più solida seguono il proprio istinto, mossi da una libertà di scelta che prescinde da usanze o tradizioni.
I consorzi possono sviluppare progetti di comunicazione ad hoc o mettere a disposizione delle cantine contenuti attraverso i propri siti, dossier tematici o collaborazioni con i media. Ogni consorzio, però, è un mondo a sé, con capacità finanziarie e tempistiche differenti: credo sia più una questione di progettualità, volontà e priorità che di “giusto” o “misurato” contributo.
Il recente riconoscimento UNESCO “La cucina italiana: diversità bioculturale e sostenibilità” quanto può incidere sulla crescita strutturata del turismo italiano?
“È un tema vastissimo, con un potenziale enorme. Mi aspetto la nascita di un portale ricco di contenuti, storie e ricette, che però rischia di trasformarsi in un carrozzone poco fruibile. Sono invece più incline a pensare che ogni territorio possa appropriarsi di questo riconoscimento e sviluppare progetti su misura, cuciti sulle proprie unicità.“