PAESTUM WINE FEST
Cultura, cibo e cucina interpretati da Roberto Parodi: il mondo in un piatto
di Valentina Taccone e Lucia I. Migliaccio
Nella semantica di Roberto Parodi, alla parola ‘viaggio’ troviamo “collezionare luoghi, comprenderli ed emozionarsi. Ma per capirli davvero bisogna sedersi a tavola“. Parte da qui la sua idea di viaggio per raccontare tutto quello che passa dal cibo e dal vino intesi come strumenti culturali. Ma prima ancora come attrattori turistici. Trattorie, storie di persone, vini versati senza pose: l’enogastronomia diventa una chiave di lettura autentica dei territori, lontana dalla retorica del lusso e dalla spettacolarizzazione digitale. In questa conversazione Parodi riflette su come si racconta oggi la buona tavola, sul valore dell’esperienza rispetto al prodotto e su un futuro del racconto enogastronomico fatto di verità, gusto e umanità. Perché, alla fine, il sapore che resta è sempre quello delle emozioni.
Viaggio e cultura enogastronomica. Viaggi, cibo e vino come chiave di lettura dei luoghi. Quanto l’esperienza enogastronomica contribuisce oggi a costruire una vera cultura del viaggio?
“Il cibo – quello vero, non quello impiattato da ristorante fighetto – è la chiave per capire un posto. Vuoi davvero conoscere un paese? Non visitare un museo: entra in una trattoria. Senti gli odori, ascolta come parlano, guarda cosa c’è nel piatto. È lì che capisci se sei in Toscana o in Transilvania. Il viaggio enogastronomico non è turismo, è antropologia col sorriso. E con un bicchiere di rosso in mano”
Raccontare la buona tavola Come si può raccontare la buona tavola in modo contemporaneo, mantenendo profondità culturale ma parlando a un pubblico ampio e non solo di appassionati?
“Non servono paroloni, servono emozioni. Il cibo buono si racconta come un amore d’estate: con un po’ di nostalgia e tanta gola. Basta con le descrizioni da guida Michelin tipo “spuma d’acciuga su letto di chissa cosa”. La buona tavola si racconta con semplicità, ironia, passione. Cioè: se la nonna non lo capisce, siamo gia sulla strada sbagliata. Io sono per la trattoria, quella con le tovaglie a quadretti e il vino sfuso. E magari ci metti anche una storia dietro, una storia di persone, di luoghi che resta nel cuore di chi legge”
Contenuti digitali e lusso Cibo e vino come trovano il perfetto equilibrio tra estetica, autenticità e contenuto, evitando il rischio della semplice spettacolarizzazione in una dimensione di luxury experience?
“Qui il rischio è forte: cibo e vino ridotti a una foto su Instagram. Il piatto deve essere bello? Sì. Ma soprattutto buono. E vero. Io mi fido più di una recensione scritta di pancia, che di una foto perfetta con luce laterale e erba cipollina finta. Il lusso vero è la verità: mangiare in un posto che non finge. E se il cameriere ha la camicia sbottonata ma ti consiglia il vino giusto, quello è lusso”
Content creation ed editoria di settore Quali sono oggi le principali differenze – e le possibili contaminazioni – tra content creation digitale ed editoria enogastronomica tradizionale?
“Una volta c’erano le riviste patinate con i redattori col palato fino. Oggi ci sono i food creator che masticano mentre filmano. Due mondi diversi? Forse. Ma entrambi possono imparare qualcosa. L’editoria deve smettere di parlare solo di se e per se, spesso esclusiva e autoreferenziale . E il digitale deve smettere di parlare solo per like. Il racconto enogastronomico, quello serio, ha bisogno di contaminazione: rigore e pancia, sapere e ironia. Come una cucina reale, che parla col gusto e l’atmosfera che ti fa stare bene e ti coinvolge”
Il valore dell’esperienza. Quanto conta oggi l’esperienza rispetto al prodotto nel mondo dell’enogastronomia di qualità, e come questo cambia il modo di comunicare ristoranti, vini e territori?
“Il prodotto è importante, certo. Ma se lo mangi male, vale meno. Io una volta ho mangiato un salame comprato da un pastore sardo nel retro di un furgone. Esperienza indimenticabile. Conta il contesto, conta la storia, conta il modo. L’enogastronomia di qualità non si comunica con un’etichetta dorata, ma con un racconto autentico. E magari con un sorriso. Perché il gusto non sta solo nel palato. Sta nel cuore”
Paestum Wine Fest Business. Paestum Wine Fest Business unisce vino, cultura e visione imprenditoriale. In che modo un evento di questo tipo dialoga con il tuo modo di raccontare il viaggio e l’eccellenza enogastronomica?
“Il Paestum Wine Fest è l’evento dove il vino incontra la vita vera. Io ci sono stato due volte, questa sarà la terza. E ci torno sempre con piacere, perché lì il vino è cultura, ma anche accoglienza , umanita, orgoglio del territorio. È business, sì, ma con l’anima. È territorio, ma senza provincialismo. A Paestum senti il profumo del mare, delle vigne e delle idee e della voglia di fare. E ogni volta che vado, torno a casa con qualcosa in più”
Futuro del racconto enogastronomico. Guardando al futuro, quali competenze culturali e narrative ritieni indispensabili per chi oggi racconta viaggi, cibo e vino, tra digitale, editoria e nuovi linguaggi?
“Servono nuove competenze? Certo. Ma prima di tutto serve una cosa antica: il gusto. Per il cibo, per il vino e per la verità. Chi racconta l’enogastronomia deve leggere, viaggiare, assaggiare. Ma soprattutto deve sapere distinguere tra spettacolo e sostanza. Il futuro non è fatto di droni sul vigneto o video in 4K della burrata che si apre. Il futuro è saper dire: questo piatto mi ha emozionato. E saper spiegare il perché. Se poi ci metti anche un tocco di ironia, meglio ancora”