PAESTUM WINE FEST
Vino, cultura e libertà: il giornalismo secondo Leila Salimbeni
di Valentina Taccone e Lucia I. Migliaccio
Dal fascino delle lettere alla guida di Spirito diVino magazine, Leila Salimbeni ha fatto del vino il suo terreno di gioco e di riflessione. Giornalista, scrittrice e giudice nei principali concorsi internazionali, trasforma ogni articolo in un viaggio tra scienza, arte e società, restituendo al vino il suo ruolo di specchio del mondo.
Come giudichi oggi lo stato dell’editoria specializzata nel vino, in Italia e all’estero, e quali sfide e opportunità vedi per le testate che puntano su approfondimento e cultura enologica?
“Il vino potrebbe sembrare un argomento finito, limitato ma, a guardarci bene, contiene mondi che sono sempre in fase di aggiornamento. Elementi di chimica, fisica, biologia, geologia, genetica ma anche storia, economia, antropologia, letteratura, sociologia, e riflessioni e, non di rado, dibattiti accesi inerenti temi di ecologia, geopolitica, filosofia, estetica, ancora genetica, e potrei continuare… Eppure, in questo mare magnum di filiazioni epistemologiche, l’editoria di settore appare assai stantia ed è senz’altro vittima, ma anche causa, della disaffezione del consumatore medio tanto nei confronti del vino quanto nei confronti dell’approfondimento sul vino, soprattutto se questo passa attraverso un’attività impegnativa e dai tempi lenti com’è, appunto, ogni lettura. Già questa mia risposta appare, a rileggerla, paludata e pedante, eppure resto convinta che il vino si meriti di essere rivitalizzato. Come? Facendone un argomento di conversazione e tornando a sederci a tavola, tutti, altro che dry January che, per sua natura, mi sa tanto di corsa ai ripari ovviamente tardiva di chi non sa viverlo, il vino come la vita tutta. Su Spirito diVino, che dirigo ormai dal 2022, incoraggio il dialogo del vino e dei suoi attori con tutti i mondi che contiene: da quello economico, affrontato con dovizia da Chiara Giovoni anche sul sito, a quello tecnologico (come la rubrica Wine Tech di Vittorio Ferla), passando per quello artistico (siamo promotori di un concorso di satira enoica e ospitiamo ogni mese una copertina d’artista), e affrontando le questioni cogenti dell’attualità enologica esaminate quando non scientemente esacerbate da Daniele Cernilli nella rubrica Botte e Risposte. Quanto ai servizi, che sono la parte portante del magazine, non voglio che sia mai solo storytelling né puro brand journalism, bensì esigo che sia restituito un servizio al lettore ribadendo del vino la capacità di fare da spettro attraverso il quale indagare la contemporaneità.”
Quanto è importante per il giornalismo enogastronomico italiano confrontarsi con mercati e pubblicazioni internazionali, e quali elementi comunicativi deve integrare rispetto alle testate estere di successo per offrire una comunicazione contemporanea?
“Considero il rapporto, anche e soprattutto quando questo dovesse avere esiti poco lusinghieri per quello nostrano, col giornalismo internazionale né più né meno che importantissimo per il giornalismo di settore. La vocazione di ogni giornalismo prevede questo raffronto e questa pluralità di informazione, fonti, modelli e deontologie. Non esiste, a guardarci bene, giornalismo alcuno senza questa apertura ed è lapalissiana la mancanza di una tradizione di giornalismo d’inchiesta applicata al vino. E pensare che si dovrebbe e si potrebbe fare del vino un prisma mediante il quale indagare temi di geopolitica (col Mercosur per esempio, che se da un lato spalanca mercati importanti dall’altra prevede istanze legate alle materie prime che rischiano di mettere in ginocchio la nostra già labile filiera), di inchiesta economica o finanziaria (le oscillazioni evidenziate dal London International Vintners Exchange in arte Liv-Ex forniscono indici di mercato e dati di scambio dai quali si possono dedurre presenti e futuri scenari), sia per il vino che per l’economia tutta. Ancora, si potrebbe indagare come sono stati usati i fondi europei OCM e quelli del PNRR, giusto per capire a che punto siamo del giorno…”
Nella sua esperienza, quali elementi rendono efficace lo storytelling nel racconto delle produzioni vitivinicole, e come bilanciare tecnicità, radici territoriali e capacità di coinvolgere un pubblico più ampio? Cosa cerca il lettore oggi?
“Credo di averlo già detto da qualche parte: ho in antipatia il concetto di storytelling, che associo più volentieri a figure diversamente qualificate o comunque differenti rispetto a quella del giornalista. Un giornalista è tenuto non solo alla narrazione ma deve offrire un servizio sia in termini d’informazione che di critica, dando un contributo conoscitivo che esorti il lettore a sviluppare un pensiero suo proprio in merito all’argomento trattato. Lo storytelling non ha questo vincolo: piuttosto, funge da amplificatore o da facilitatore di esperienze, è vassallo di un brand o di un progetto e, pertanto, è asservito a dinamiche di marketing che il giornalismo, invece, deve rifuggire. Posta dunque questa preliminare differenza, ritengo che il vino debba accogliere istanze anche molto differenti tra loro, prestandosi a indagare argomenti di spessore e comunque con velleità altre, se non addirittura più alte, rispetto a quelle che normalmente si tenderebbe ad attribuirgli.”
Negli ultimi anni molte denominazioni e territori italiani hanno trasformato il modo in cui raccontano le proprie produzioni. In che direzione si sta evolvendo questo racconto e cosa può fare la stampa di settore per accompagnare questo processo?
“Credo di aver già detto anche questo: il giornalismo non dovrebbe, a mio avviso, fare da eco di quanto accade a livello produttivo, anzi. Un giornalismo ben fatto dovrebbe sempre porsi criticamente, ed esortare il produttore a dare una rappresentazione di sé che non sia solo il frutto di ricerche di mercato. Sta accadendo nel mondo della moda, dove questa ossessione per il mercato sta dando esiti nefasti facendo perdere forza ai brand e minando la credibilità di marchi storici, anch’essi per lungo tempo in balia di istanze semplificanti assai strumentali. Così nel vino, buona parte della crisi in cui versa il nostro settore è imputabile a questa forsennata ricerca di compiacere il mercato: è per questo che si sono prodotti, a un certo punto, vini blu, lo ricorderete… Produrre per il mercato rappresenta, in un certo senso, la nemesi del vino: il mercato va senz’altro ascoltato, ma come tutti i fenomeni di massa le sue domande sono raramente assennate e tendono verso la semplificazione. Così, per ragioni di mercato è accaduto che tanto il produttore quanto il consumatore abbiano finito per non riconoscersi più nel vino, a smarrirne il senso e, con esso, a perdere una parte importantissima della nostra cultura. È come se alcuni di noi avessero perso un’abilità estetica e non fossero più capaci di godere di un’opera d’arte, né di leggere o di comprendere di un testo letterario. A proposito di letteratura, il vino è più simile alla poesia che alla prosa e, pertanto, necessita di competenze che sono sia sintetiche che analitiche, e di una intelligenza emotiva che, forse, si sta perdendo proprio a livello collettivo. Per giunta, il vino mal si presta alla semplificazione e per essere compreso esige sia sensibilità che lucidità, generando tra le altre cose anche un paradosso: quello dell’ebrezza che genera. Eppure proprio questa ebrezza, se saputa gestire e comprendere, può rappresentare un’altra dimensione, estatica e visionaria, attraverso cui comprendere il mondo, nonché una parte essenziale della nostra umanità.”