PAESTUM WINE FEST

Chiara Giovoni e la promessa dello Champagne: una storia mantenuta nel tempo

di Valentina Taccone e Lucia I. Migliaccio

Lo Champagne non è una bollicina. È una promessa mantenuta per secoli: la visione di Chiara Giovoni, una delle voci più autorevoli nella narrazione del vino in Italia. Ma dietro a questa sintesi c’è un sistema, una cultura condivisa e una lezione che si rivolge ai territori. Italia compresa e che guarda al futuro.

Lo Champagne è uno dei casi più riusciti nel mondo della comunicazione vino diventato simbolo di un territorio. In termini concreti, cosa significa costruire un’identità territoriale così forte e quali elementi – produzione, regole, comunicazione – fanno davvero la differenza?
Lo Champagne non è una bollicina. È una promessa mantenuta per secoli. L’identità si costruisce così: con regole rigide e condivise (e il CIVC è l’esempio di un organo di concertazione territoriale efficace), con una terra che ha un nome preciso e un carattere riconoscibile, e con la coerenza e l’unitarietà della comunicazione da parte di tutti gli attori come vero Sistema, per raccontare quel vino e quella terra al mondo. La differenza la fa la disciplina collettiva: produttori, istituzioni e comunicatori che parlano la stessa lingua. Ci sono 300 anni di storia in mezzo, c’è visione e una buona dose di ostinazione francese.”

Quali sono i produttori che meglio promuovono la cultura e la storia dello Champagne in Italia e nel mondo? Quali sono le firme enologiche autori dei prossimi capolavori produttivi?
Le grandi Maison hanno costruito la cattedrale e senza di esse molto della comunicazione e del branding territoriale non esisterebbe. Ma sono i vignerons indipendenti, i Récoltants-Manipulants, ad aver riportato lo Champagne alla terra, al concetto di Cru, alla vigna. In Italia i migliori ambasciatori sono quelli che non fanno a gara per avere l’etichetta di trend del momento da vendere, ma che hanno sufficiente cultura per raccontare i luoghi e le storie dei produttori, riuscendo a distinguere tra moda e stile. I prossimi capolavori? Arriveranno da chi lavora con costanza qualitativa e non da chi pensa che basti la parola Vigneron come brand. Ci sono giovani molto seri che stanno costruendo il loro futuro.

Quanto è importante il lavoro del sommelier nel trasformare una bottiglia di Champagne in un’esperienza culturale, aiutando il pubblico a comprenderne storia, territorio e abbinamenti?
Il sommelier è il traduttore con competenze che parla il linguaggio del cliente che ha di fronte. Il primo ad avere cultura deve essere il sommelier e non deve mai smettere di studiare e approfondire altrimenti troverà presto qualcuno che ne sa più di lui seduto al tavolo. Ma attenzione: il miglior sommelier non è quello che ti recita la scheda tecnica, è quello che ti racconta il perché e ti fa capire che il terroir e la mando di un produttore hanno un’espressione precisa. Gli abbinamenti sono spesso esercizi di stile se mancano le basi, come ad esempio la gestione corretta del servizio compresa la scelta della temperatura corretta. Se c’è un responsabile di sala (anche non in ristoranti stellati con brigate numerose) deve essere lui il regista dell’esperienza curata in tutti i suoi aspetti.

Per un ristorante o un wine bar, che ruolo dovrebbe avere lo Champagne in carta? È solo una proposta di prestigio o può diventare uno strumento di racconto gastronomico e territoriale?
Relegare lo Champagne all’aperitivo o al brindisi è un delitto gastronomico. È un vino perfetto per la tavola, e non solo con i crudi di mare, perché ha molte sfumature (affinamento, predominanza di un vitigno, invecchiamento post dégorgement) che lo rendono estremamente versatile. In carta dovrebbe avere dignità di percorso, non dovrebbe essere presente come corollario. Un ristorante può costruire una carta solo di Champagne esplorando i suoi cru, i suoi millesimi, le sue anime. Il lusso in un ristorante o wine bar si misura con la ricerca e la profondità della selezione.

Esistono, secondo il suo punto di vista, vini italiani che hanno un valore territoriale paragonabile a quello dello Champagne ma che non sono ancora percepiti allo stesso modo dal pubblico? Cosa manca, soprattutto a livello di comunicazione?
L’Italia è un territorio straordinario per la varietà della produzione e l’ampiezza ampelografica. I vini ci sono. Manca la narrazione corale: troppo spesso ogni produttore parla per se stesso, senza un coro che amplifichi. Lo Champagne ha insegnato che il territorio si promuove insieme, non a gara. L’Italia ha i vini, ha la storia e ha anche le istituzioni a supporto, ma disperde energia in mille rivoli invece di costruire un fiume.

In manifestazioni come il Paestum Wine Fest, quanto è importante aprire dialogo e confronto tra due tradizioni vitivinicole custodite da vignaioli italiani e vignerons francesi per la diffusione di una cultura del vino a professionisti e operatori del settore?
Il confronto è sempre un modo per arricchirsi, e soprattutto quando è sincero e aperto è un momento di apprendimento prezioso. Il Paestum Wine Fest è un’occasione per aprire il dialogo, un’opportunità per i professionisti per migliorarsi e per gli operatori per acquisire maggiore consapevolezza. Ho conosciuto produttori celebri che bevevano solo il loro vino, e professionisti (della comunicazione e di sala con molte lacune) arroccati su posizioni da tifoseria. Il mondo del vino è in continua evoluzione e non si può più negare una certa crisi del sistema. Trovo che sarebbe un buon esercizio iniziare con almeno un po’ di onestà intellettuale.

Tra formazione, eventi e comunicazione, quali strumenti sono oggi più efficaci per avvicinare il pubblico al vino in modo consapevole? Come racconterebbe lo Champagne a chi vuole conoscerlo senza perdersi in tecnicismi?
Direi chiamate gli amici e organizzatevi una serata al mese in cui ognuno porta una bottiglia. Lo Champagne si capisce bevendolo con criterio e appassionandosi. Poi, potendo, andando a visitare i terroir, ma ci sono già le fonti qualificate per cominciare ad approfondire. Gli strumenti migliori sono quelli che creano esperienza diretta. Come racconterei lo Champagne a chi vuole conoscerlo senza perdersi in tecnicismi? Lo faccio già, col podcast Champagne Talk che curo insieme ai ragazzi di Champagne Society, disponibile su tutte le piattaforme di streaming (e gratuito su Open.Spotify.com).”